domenica 27 novembre 2011

welcome back!

Troppi mesi senza scrivere, avete ragione, c'è persino chi si è lamentato per la scarsa cura dedicata a questo blog. Dopo una lunga pausa, ricomincio ora con un lunghissimo post per recuperare, spero con una frequenza più assidua di quanto fatto in precedenza. In questi mesi sono successe molte cose, ho comprato dischi belli, altrettanti mi sono stati regalati da amici, senza contare libri e concerti. Nessuno tipo di ordine, cerco solo di fare ordine in quello che ho visto, letto e sentito.
DISCHI
- I ragazzi di Macina Dischi (www.macinadischi.altervista.org), Walter e Anna, mi hanno gentilmente spedito un po' del loro materiale, complice Matt dei Mojomatics/Squadra Omega. Proprio a lui mi ero rivolto per avere notizie del suo nuovo progetto kraut/psychedelic, gli Squadra Omega appunto, dopo averne letto e sentito meraviglie. Il loro album omonimo, uscito per Holiday Records, e il favoloso dieci pollici "Le nozze chimiche", sono consigliati a chiunque sia appassionato di Amon Düül, Neu!, Can e via discorrendo. Il 10", poi, è un gioiello anche dal punto di vista grafico: vinile bianco e copertina in alluminio limitata a 200 copie. Roba per palati fini, non fatevela scappare, sempre che si trovi ancora. Tra l'altro, sempre la Aluminium Series, è uscito anche un altro dischetto, lo split tra Speedy Peones e i Kelvin.
- Gabriele della Badman Records (www.badman.it) mi ha invece omaggiato dei suoi ultimi due singoli. Il primo è dei Port Of Souls, gruppo del mio caro amico Andrea Valentini, regala una copertina ad opera di Simone "Lamette" Lucciola e tre pezzi di rock'n'roll scarno e allucinato come i Gun Club insegnano. Insomma, la vecchia passione del Reverendo Valentini non muore mai! Il 7" faceva coppia, nella stessa busta, con un'altra uscita, ovvero il singolo di Docteur Legume et Les Surfwerks, una one man band, da quel che leggo sul disco, innamorata di fantascienza anni 50, surf, rock'n'roll e zone limitrofe. Non proprio il mio pane quotidiano, ma se vi piace fatevi sotto...
- Elena di Metatron mi ha regalato una copia di "Salgari privato", ultimo disco concept (su Emilio Salgari, nel centenario della sua nascita) dei Totò Zingaro. Bello, intenso, interessante, mi ha costretto a leggere una biografia del grande scrittore e scoprire che ha passato una vita miserabile e pazzesca. Documentatevi e resterete a bocca aperta. Ah, comprate anche il disco già che ci siete.
- Filippo di Gamma Pop (www.gammapop.it), infine, ha rimesso in piedi la sua vecchia label e per farlo ha pensato bene di pubblicare un bel 10" dei Julie's Haircut e un album dei Cut, "Live in Brighton", che documenta la potenza devastante dal vivo della band di Ferruccio. Welcome back, anche a loro...
- Oltre a ricevere qualche vinile, sono ancora malato a sufficienza per continuare a comprarli, nuovi (pochi) e usati (moltissimi). Dei primi, non posso che segnalare i miei preferiti, nonostante ormai l'abbiano scritto tutti, ovvero i romani Giuda. Il loro LP "Racey roller" è il mio disco dell'anno, tallonato dai due singoli usciti prima e dopo, "Get it over/Kidz are back" e "Number 10/Crazee". Li ho comprati in vinile, in CD, li ho pure in mp3; I'm a Giuda fan, come recita l'adesivo sul loro album. Glam rock magnifico, zatteroni, echi anni Settanta, menzioni d'onore persino su Mojo. Che volete di più?
Il resto dei dischi nuovi che ho comperato in questi mesi è composto per la maggior parte da ristampe ("Some girls" degli Stones, "Quadrophenia" degli Who, "Smile" dei Beach Boys, "Tago mago" dei Can) ma pure da qualche novità vera e propria come il doppio vinile di "Skying" degli Horrors, un altro dei miei dischi preferiti di questo 2011, appena visti in concerto. Sto aspettando di recuperare il nuovo disco dei La Crisi ("III: Paura a colazione") e da quel che ho sentito, ne vale davvero la pena.

In ordine sparso, ecco anche alcuni degli ultimi colpacci da mercatino dell'usato, quelli che mi hanno regalato più gioia (al netto di pochissimi soldi spesi). Ormai ho perfezionato la tecnica della "faccia di legno impassibile", anche quando scovo cose assurde e rare a due lire, ma l'intima soddisfazione resta sempre: Krisma "Lola/Black silk stocking", Popol Vuh "Einsjäger & siebenjäger", Fela Kuti "Suffering and shmiling", Ennio Morricone "L'umanoide", Larry Martin Factory "New dawn flyers and electric kids", The Heartbreakers "L.A.M.F.", (qualche giorno fa in mezzo a una pila di Baglioni, Battisti, Branduardi e via col resto), Stormy Six "Un biglietto del tram". Ho lasciato a malincuore in un cartone il primo album di Plastic Bertrand ma era davvero conciato male, così come un paio di dischi di Giorgio Moroder che mi sarei portato a casa volentieri. Un buon numero di acquisti eccellenti, senza contare i molti altri che ora non ricordo.

LIBRI
Anche qui la faccenda è piuttosto complicata, vista la quantità di roba letta negli ultimi mesi, complici pure le vacanze estive. Mi sono goduto l'autobiografia di uno dei miei miti, Bob Mould, "See a little light", che mi ha lasciato, nonostante i grandi momenti di piacere, un po' di amaro in bocca. Qualche aneddoto in più sugli Hüsker Dü l'avrei preferito alle lunghe dissertazioni sui periodi successivi, meno interessanti musicalmente, se si eccettuano i primi album solisti e il materiale inciso con gli Sugar. La vicenda umana, con la lunga strada per arrivare ad accettare la propria omosessualità e la successiva esplosione di vita tra locali gay, serate gay, escort gay e molte altre vicende gay è un po' ridondante, ma riesco a immaginare quanto sia importante e fondamentale per Bob. A cui, mi pare il minimo, perdonerei qualunque cosa, figurarsi qualche lungaggine di troppo.
Piuttosto interessante è anche "Retromania" (ISBN) di Simon Reynolds, di cui è possibile trovare ottime recensioni un po' ovunque in rete e su cui glisso volentieri. Sono parzialmente d'accordo con l'autore, è sempre un piacere leggerlo e vado molto fiero della mia retromania personale. Fine del discorso.
Sul tavolino da notte (che non ho ma si dice così, ho un vecchio baule su cui appoggio di tutto), fanno bella mostra due libri che devo ancora leggere ma che mi fa piacere consigliare lo stesso: "Lick me" (Odoya) è l'autobiografia in italiano di Cherry Vanilla, personaggio cardine del sottobosco newyorchese dei Seventies: è stata groupie, attrice, cantante, modella, ha frequentato chiunque, da Warhol a Bowie, e il suo pezzo "The punk" è uno dei miei preferiti di sempre. Lo custodisco gelosamente su 45 giri fin da quando ero ragazzino e fa parte dei miei primi ricordi musicali.
Il secondo libro è invece italiano e si chiama "Fedeli alla roba". "Romanzo di un naufragio generazionale" lo definisce il suo autore Bruno Panebarco, artista, performer e musicista nei primi anni Ottanta a Torino con i Prostitutes (a breve una ristampa), ma soprattutto biografia di una peggio gioventù (tra cui lo stesso Bruno) trascinata nei gorghi dell'eroina, con le conseguenze che ben si possono immaginare: carcere, overdosi, casini, morti. Bruno è sopravvissuto per raccontarlo in un libro durissimo che più persone mi hanno caldamente consigliato. Non ultimo Federico Fiumani, la cui fulminante prefazione apre le danze. "La felicità di essere vivi, questo è quello che conta".
È stato ristampato da poco dalle Edizioni Il Foglio, ma potete anche ordinarlo direttamente a lui. Fate un giro in rete e scegliete se fa al caso vostro.

Altre letture consigliate: "Oltre l'Avenue D" (Agenzia X) di Philippe Marcadé - conosciuto dal vivo durante la presentazione del suo libro in Santeria a Milano, molto simpatico e gentile, cose che non guastano quando ci si appresta a leggere un libro -, l'autobiografia di Cheetah Chrome dei Dead Boys, "On a faraway beach" (Arcana), biografia di Brian Eno.

DVD
Ultimissime segnalazioni per qualche bel film o documentario per allietare le vostre serate invernali. Io mi sono goduto (o mi appresto a farlo):
"You weren't there - A history of Chicago punk 1977-1984", rockumentary su una scena che ha dato i natali a Naked Raygun, Big Black, Articles Of Faith, Mentally Ill, Effigies e moltissimi altri. Da leccarsi i baffi, che ve lo dico a fare...
"On|Off - Mark Stewart from Pop Group to Maffia". Diretto da un fan berlinese di Stewart, anche questo è un documentario che racconta la parabola di uno dei musicisti più interessanti usciti dal calderone post-punk.
"The ballad of Mott The Hoople", ovvero la storia di una delle migliori rock band inglesi degli anni Settanta, famosa per la hit "All the young dudes" scritta per loro da Bowie, ma capace di marchiare a fuoco una generazione di musicisti in erba. Per referenze chiedere a Mick Jones dei Clash.
Non bastassero queste segnalazioni, ecco anche un paio di ulteriori consigli, questi reperibili in rete in modo non troppo ortodosso: il documentario "Reggae Britannia" è imperdibile, ricchissimo di ospiti e di musica straordinaria. Visione consigliata, soprattutto ai malati di Steel Pulse, Matumbi, Linton Kwesi Johnson e altri nomi del genere. "A family underground", infine, è un film del 2009 dedicato agli Insane Clown Posse, terrificante gruppo rap americano di cui non ascolterei neppure una canzone. Eppure il documentario sul loro raduno annuale con i fan è in qualche modo toccante e certamente vale l'ora e mezza di visione.

Siamo alla fine del post, per fortuna mia e vostra, e non sono nemmeno riuscito a raccontare del Punk Rock Karaoke, in cui ho cantato "12XU" con una band di leggende, e di molto altro. Nei prossimi giorni rivelo tutto, compreso il video che certifica l'esibizione.





giovedì 5 maggio 2011

waka waka (this time for Assago)


Non si vive di solo punk, il contrario semmai, e così finisco per andare a vedere il concerto di Shakira al Forum di Assago, una faccenda di lavoro, ma mi tocca lo stesso. Sono in dolce compagnia, non c'è nemmeno tanto casino e la gentile addetta stampa mi fa avere due biglietti per la tribuna Gold, per cui la parola "lavoro" assume connotazioni un po' ridicole. Come al solito mi emoziono davanti alle scene di bagarinaggio selvaggio, con una serie di energumeni che il Lombroso avrebbe amato alla follia che discutono tra di loro in napoletano e spacciano biglietti davanti alla cassa ufficiale. Imperdibile!
Poco dopo le nove ha inizio lo show e noi siamo comodamente seduti nella seconda fila della tribuna, circondati una fauna degna dell'Hollywood: a destra c'è una ragazzetto che pare un finalista di "Amici", a sinistra una coppia con lui che urla battute simpatiche ogni volta che Shakira fa una mossa sexy. Alla terza vorresti ammazzarlo, ma per fortuna si alza con la sua donzella e se ne va in platea. A un certo punto passa Cordoba dell'Inter con le stampelle, dietro di noi è seduta A. e poco più in là c'è A. Y. accompagnata da altre amiche che starebbero benissimo con gli shorts di Shakira in vendita al banchetto del merchandise con la scritta "loca" sul culo (30€, un affarone), e da un paio di personaggi grotteschi che paiono usciti da un film dei Vanzina anni Novanta, ma che invece sono più veri del vero. È la Milano da bere, baby, quella che non disseta mai, ed è inevitabile, quando Shakira attacca "Waka Waka" come bis finale, pensare alla versione di Elio E Le Storie Tese con il bunga bunga di Fede e Lele. Manca solo Ronaldinho a fare il trenino e poi ci siamo tutti...
In mezzo a tutto ciò c'è un'ora e mezzo di spettacolo, molto meno tamarro di quanto mi sarei mai immaginato: niente lustrini e paillettes, ma un impianto classico da concerto rock, con la cantante mignon che spazia tra pop, elettronica, reggaeton, dance e io che penso che la musica latino-americana sia una punizione di Dio per qualcosa che non capisco bene. La Y. canta tutte le canzoni a memoria con la faccia immersa nell'iPhone, proprio mentre a me tocca considerare che, a parte una brutta versione di "Nothing else matters" dei Metallica e l'accenno a "Unbelievable" degli EMF, non ne riconosco nemmeno una. Segna persino il Barcellona al camp Nou contro il Real Madrid e lei trova il momento buono per annunciarlo dal palco, poi parte "Loca loca" ed è il segnale che la serata sta volgendo al termine. Un assaggino di waka waka con folla in delirio (menzione d'onore al giacca e cravatta pelato che sculetta senza ritegno e alla milf esagitatissima di fianco a me in platea) prima che il Forum si riversi nel posteggio per creare il solito ingorgo post-concerto e via verso casa. C'è un tempo per l'Africa e uno per Assago, ma ora è venuto quello di un panino dello Stalingrado per riequilibrare la serata...




martedì 26 aprile 2011

oh bondage up yours!


Con la scomparsa di Poly Styrene se ne va un altro pezzo della mia giovinezza, una delle cantanti più bizzarre e personali della scena punk rock londinese. Ho avuto la fortuna di intervistarla qualche anno fa, come potete leggere poco sotto. Ciao Poly!

Come ti sei avvicinata alla musica? Se non sbaglio avevi anche inciso un singolo pop prima di formare gli X-Ray Spex...

Poly Styrene: Sono sempre stata interessata alla musica, fin da quando ero una bambina alle elementari. La prima volta che provai a cantare fu in occasione di un saggio scolastico, in cui con un’amica facemmo un paio di cover di Lulu. Poco dopo mi ritrovai a studiare arte drammatica alla Oval House e a seguire delle lezioni di canto alla Wigmore Hall di Londra, poi mi trasferii a Bath seguendo una jazz band che si chiamava Johnny Rondo Condo e, infine, ritornai a Londra. Mi fu offerto di incidere un singolo con il mio vero nome, Mari Elliott, ma la svolta arrivò il giorno del mio diciottesimo compleanno, quando vidi un gruppo all’epoca sconosciuto, i Sex Pistols, suonare al Ballroom di Hastings Pier. Fu lì che decisi di formare gli X-Ray Spex...

Siccome il punk non era ancora esploso, quali erano le tue influenze a quell’epoca?

P.S.: A livello di influenze femminili, direi Joni Mitchell, Carole King, Carly Simon, Janis Joplin, Tina Turner, Grace Slick e Melanie: erano artiste credibili, spesso scrivevano i propri pezzi. Amavo anche il suono della Motown e cose come Diana Ross e le Supremes, ma l’ispirazione primaria, in fatto di carriera musicale, arrivava dalle cantanti che ti ho citato prima. Uh, adesso che mi viene in mente, un’influenza decisiva fu una cantante che si chiamava Linda Lewis: la vidi suonare all’Oval Pop Festival in mezzo a un sacco di gruppi progressive e lei li spazzò via con la sua bellissima voce.

Parliamo dell’avvento del punk. Cosa ti viene in mente, così a bruciapelo?

P.S.: Era eccitante, soprattutto perché ne facevo parte anche io, ma c’era parecchio caos. Ascoltavo soprattutto la mia musica e l’unico album che comprai all’epoca fu quello dei Pistols, che ascoltai ininterrottamente per una settimana, prima di tornare ai miei classici abituali: “Exodus” di Bob Marley, “Black star liner” di King Tapper Zukie e “All on the rock” dei Cimmerons. Ero quasi sempre in un paradiso reggae...

Come hai trovato gli elementi per formare la band?

P.S.: È risaputo che piazzai un annuncio su Melody Maker e NME in cerca di giovani punk con cui suonare. I primi a presentarsi all’audizione furono Lora, Paul e Jak. Lora rimase con noi per cinque date e suonò sul primo singolo. Ci sono un sacco di leggende attorno a lei e al fatto che io l’abbia buttata fuori dal gruppo, ma sono miti che voglio sfatare e che credo abbia messo in giro lei stessa. Era una ragazzina a quei tempi, affascinata dalle droghe e dall’alcol che circolavano liberamente all’interno del gruppo. Il nostro manager parlò coi suoi genitori e decise che era meglio che Lora tornasse a scuola, con la promessa che l’avrebbe aiutata a formare una band una volta diplomata, cosa che successe puntualmente (si tratta degli Essential Logic - nda). Comunque sia, il fatto di aver suonato negli X-Ray Spex le diede un minimo di fama e l’aiutò a portare avanti i suoi progetti personali. Eravamo un gruppo che lavorava duramente, con un’etica professionale rigida e con parecchi impegni e Lora non avrebbe potuto mantenerli. Così trovammo un altro sassofonista e andammo avanti, diventando molto uniti e creando una forte amicizia. Tornando a Lora, sono felice che non si sia trasformata in un martire del rock’n’roll come Sid Vicious e questo grazie a Falcon Stuart, il manager. Dopo essere diventata Hare Krishna si è ripulita, lasciandosi alle spalle un brutto periodo...

Uno dei meriti del punk rock è stato quello di aver parificato l’importanza di uomini e donne all’interno della scena, al contrario di una concezione diffusa di rock come musica fallocentrica. Una sorta di democrazia musicale, in un certo senso...

P.S.: Non sarei così radicale, anche perché le donne hanno spesso avuto un ruolo fondamentale nello spettacolo, a Hollywood e nel cinema per esempio. L’industria musicale ha creato questo mito che le donne non hanno il fisico per reggere lo stress di un tour massacrante, in parte magari anche giustificato, ma io con gli X-Ray Spex avevo la stessa forza dei miei compagni di band. Ora non riuscirei più a farlo, ma allora non c’erano distinzioni. Non è che non esistesse una sorta di democrazia nella scena punk, era soprattutto la conseguenza della nostra educazione di giovani ragazze cresciute nell’Inghilterra del dopoguerra. Quando fondai gli X-Ray Spex presi Lora nella band perché mi piaceva a livello personale e perché fu l’unica sassofonista a presentarsi all’audizione. Semplicemente per questi motivi, non perché volessi a tutti i costi una ragazza...

Gli X-Ray Spex si differenziarono immediatamente dal resto delle punk band. Avevano un suono particolare, il sax, la tua voce strillata...

P.S.: Credo che l’originalità del gruppo stesse soprattutto nei testi. Per quanto riguarda la musica, la componevamo io e Jak, il chitarrista, e poi la arrangiavamo con gli altri. Comunque hai ragione, avevamo introdotto il sax, uno strumento per nulla punk, ma ci piaceva l’idea di essere diversi da tutti gli altri e, alla fine, fu un’idea brillante. Personalmente, non amo il mio modo di cantare, era troppo strillato. Era necessario che fosse così per quel tipo di musica, ma preferisco il suono della mia voce nei miei dischi più recenti.

Il vostro primo singolo, “Oh bondage! Up yours”, è considerato a ragione uno dei classici del punk rock. Come è nato quel pezzo?

P.S.: Mi ricordo che ero molto eccitata quando composi quel brano. Lo registrai assieme a Gary Moore dei Thin Lizzy come demo, prima di proporlo al resto del gruppo, ma mi accorsi subito che era fantastico e aveva una marcia in più. Era un concentrato di energia e, in pratica, ebbe un ruolo centrale nella parabola degli Spex. E poi Jak, Lora e Paul aggiunsero un tocco personale a “Oh bondage! Up yours”, cosa che lo rese uno dei nostri preferiti dal vivo. Sembra scontato dirlo, ma lo composi in pochissimo tempo e piuttosto facilmente.

La prima volta che lo ascoltai fu nella compilation “Live at the Roxy”, registrata nel tempio del punk londinese. Che cosa ricordi di quel club?

P.S.: La prima volta che ci andai fu con Falcon Stuart, il nostro manager, e il giornalista Jon Savage (autore di “England’s dreaming”, splendido libro sull’epopea punk del 1977 - nda). Era una serata di audizioni e, in pratica, tutti i gruppi punk di Londra o quasi erano lì per suonare e ottenere un ingaggio: Generation X, Damned, Johnny Moped, Slits, Vibrators, Buzzcocks, Adverts. Poi c’erano un sacco di altri personaggi come Mark Perry o Chrissie Hynde e parecchi ragazzi che assistevano alle esibizioni. Mentre ero in bagno - mi ricordo che in angolo era seduta Susan, una commessa del Seditionaries, che si faceva dei tagli sulle braccia con un rasoio - Falcon e Jon parlarono con Andy e Susan, i due proprietari del Roxy, e ci fissarono una data per la settimana successiva. Succedeva davvero così, c’era un movimento pazzesco e tutto andava a grande velocità. Il Roxy era un posto difficile in cui suonare, il pubblico era esigente e brutale - finivi sempre coperto di sputi e con qualche ammaccatura -, ma se eri in grado di conquistarlo e farlo pogare, allora potevi esibirti ovunque senza problemi.

Un altro dei tratti salienti degli X-Ray Spex era il look. Tu avevi sempre dei vestiti incredibili...

P.S.: Il primo lavoro che feci dopo essermene andata da scuola a 15 anni fu come assistente del reponsabile acquisti e come indossatrice per una catena di negozi di moda inglesi. Quando formai gli X-Ray Spex non ero una sprovveduta, quindi, avevo le idee molto chiare sul look da adottare e spesso mi facevo i vestiti a mano da sola assieme a un’amica, Sophia Horgan. In pratica, divenni la stilista della band, realizzando i vestiti anche per i ragazzi e questo ci differenziava dai Pistols per esempio, che andavano in giro con la roba costosissima di Vivienne Westwood e del Seditionaries. Usavo materiale comprato nei mercatini e lo trasformavo in qualcosa di originale, che durava lo spazio di un concerto o poco più. Era roba usa e getta, ho sempre pensato che il punk significasse estremismo anche a livello di look e moda. Non c’erano regole e questa era la cosa più interessante, oltre che un gran divertimento.

Quale fu la reazione del pubblico agli X-Ray Spex, visto che abbiamo parlato delle vostre differenze rispetto alla punk band classica?

P.S.: Ci costruimmo un seguito di fan abbastanza rapidamente, grazie anche al supporto della carta stampata che ci seguì fin dagli inizi. In pratica, non abbiamo mai suonato di supporto a nessuno e quindi i ragazzi nel pubblico venivano a sentire noi. Qualche volta la stampa musicale ci dava contro, ma questo non faceva che aumentare la nostra visibilità. A questo aggiungi il fatto che il punk era considerato socialmente pericoloso e quindi esercitava un grande fascino sui giovani di quegli anni.

Il vostro album, “Germ free adolescents” uscì solo nel novembre del 1978, quando il punk era in declino e molti dei gruppi cardine si erano sciolti o avevano mutato il proprio suono. Per quale motivo non lo pubblicaste prima?

P.S.: Gli Spex si costruirono un grande seguito grazie alle esibizioni live e senza il reale supporto di un’etichetta discografica. Il disco uscì così tardi perché volevamo che rispecchiasse la nostra crescita e che fosse suonato nel miglior modo possibile. Così lo testammo dal vivo un’infinità di volte prima di registrarlo, ma penso che ancora oggi possa essere considerato un classico del punk rock. Lo dimostra anche il fatto che lo si può trovare in qualunque megastore e che è stato spesso ristampato nel corso degli anni. Sono fiera di quell’album...

Immagino che ti piaccia anche oggi allora...

P.S.: Mi piacerebbe molto poterlo risuonare, con uno stile più contemporaneo magari, solo per divertimento. Sarebbe carino, non trovi? Una volta ne ho parlato con Paul Dean, il bassista degli Spex, e anche lui era d’accordo. Siccome Jak Airport purtroppo non è più qui con noi, chiederei a Brian James dei Damned di suonare con noi. Ho appena registrato un duetto con lui per il suo album solista. In definitiva, “Germ free adolescents” mi piace molto anche se la mia performance vocale non è il massimo...

Prima parlavi dei testi. Come li componevi?

P.S.: Cercavo di usare uno stile di scrittura particolare per esprimere dei concetti post-moderni che, probabilmente, hanno più importanza nel 2005 di quanta ne avessero allora. In fondo erano delle liriche molto naïf...

Il vostro scioglimento è avvenuto poco dopo l’uscita dell’album. Quali furono le cause?

P.S.: Lo scioglimento avvenne dopo l’uscita di “Talk in toy town”, il singolo estratto dal mio album solista, “Translucence”. L’ultimo 45 giri degli Spex, invece, fu “Highly inflammable”. In pratica lo split fu orchestrato da Falcon, ma a quel punto il nostro suono era davvero cambiato troppo, specie quello di “Translucence”. Avvenne, di fatto, dopo un concerto a Parigi. Dopodiché, Paul e Jak fecero un singolo prima di formare i Classic Nouveaux, un gruppo new romantic che ebbe un discreto successo. Anche Rudi e BP fecero qualcosa assieme ma non ricordo bene cosa... Lo scioglimento, comunque, non avvenne per litigi, semplicemente era ora di cambiare, ci stavano evolvendo e io ero molto stressata dalle continue date live. Anche oggi preferisco di gran lunga sperimentare in studio che suonare dal vivo...

Che cosa hai fatto dopo la fine degli Spex?

P.S.: Sono diventata una compositrice piuttosto che una semplice cantante, motivo per cui la stampa non si è certo occupata di me in questi anni. Mi interessa la pubblicità solo se collegata a qualche progetto che porto avanti e non per finire nelle rubriche di gossip delle riviste musicali. Mi applico seriamente al mio lavoro, anche grazie a un’educazione krishna che mi ha aiutato nei momenti di difficoltà. Davvero, non sono un personaggio così interessante per i media! Poi, ho cresciuto mia figlia Celeste, anche lei è una cantante e scrittrice molto dotata, abita a Madrid, insegna inglese e sta per completare i suoi studi universitari. Sto inoltre creando un’etichetta discografica, Fair Music, per aiutare musicisti che mi piacciono, lavoro talvolta nel mondo del cinema ad alcuni progetti e porto avanti il mio sito www.x-rayspex.com. Sono molto occupata, come vedi, ma nella più completa indipendenza. Preferisco essere libera e completare i miei lavori con calma.

Hai anche pubblicato un album di recente, “Flower aeroplane”...

P.S.: Non è proprio un disco nuovo, contiene otto pezzi che non erano mai usciti in precedenza e cinque estratti da “Translucence”. Non saprei come descriverli, una specie di musica trascendentale e chill out con un retrogusto metal. Presto lo metterò online sul sito così potrai sentirlo, ma si trova già nei negozi o in vendita da me.

Il tuo sito ti permette anche di comunicare con un sacco di gente, immagino. Io ti ho contattata proprio grazie a quello. Ti scrivono ancora in molti?

P.S.: Sono felice di mantenere i rapporti col mondo esterno grazie al sito, mi scrive un sacco di gente carina e simpatica. Il merito è tutto di mia figlia e di David McConville, un amico stilista, che mi hanno spinta ad aprire il sito per raccontare in maniera corretta la storia degli X-Ray Spex, vista la quantità di leggende inventate che circolavano su di noi. Internet ha rivoluzionato il mondo della comunicazione e permette a gente come me di mantenere un controllo effettivo sul proprio lavoro.

A questo punto ti manca solo di scrivere un libro...

P.S.: In effetti è una cosa a cui ho pensato spesso, ma intanto online ho cominciato a scrivere il mio diario degli anni Settanta. Purtroppo è una cosa che porta via moltissimo tempo. So che c’era anche qualcuno interessato a farci un film o qualcosa del genere ma al momento non sono in grado di dirti di più. Staremo a vedere...

Hai qualche rimpianto?

P.S.: No, assolutamente, prendo tutto con molta filosofia e credo che ogni cosa succeda per una ragione ben specifica. Si può imparare molto sia dalle cose negative che da quelle positive.

Sei ancora in contatto con i tuoi ex compagni di band?

P.S.: Ogni tanto sento Paul Dean, anche per via del sito della band, mentre ho perso ogni contatto con Lora. Tempo fa cominciò a mandarmi delle lettere minatorie perché secondo lei le avevamo fregato delle royalties di un pezzo, “Conscious consumer”. Inutile dirti che le diedi esattamente un terzo dei soldi, gli stessi che prendemmo io e Paul. Evidentemente a certa gente non va bene nulla... BP e Rudi sono praticamente scomparsi e non so proprio dove siano, mentre sia Jak Airport che Falcon Stuart sono morti pochi anni fa.

Per chiudere, dimmi i tuoi cinque pezzi punk preferiti dell’epoca.

P.S.: Direi “White riot” dei Clash, “If the kids are united” degli Sham 69, “Right to work” dei Chelsea, “Money talks” dei Rubella Ballet e “Art-i-ficial” degli X-Ray Spex.

sabato 9 aprile 2011

la grande oliva


Non sono nato a Milano e ci abito da un tempo relativamente breve, poco più di dieci anni, ho pure un certificato di residenza che mi consentirà, tra qualche settimana, di contribuire a cacciare fuori dai coglioni il peggior sindaco che questa città abbia mai avuto da che mi ricordi io (e la lista di imbroglioni è davvero lunga eh...). Tranquilli, non è un post sulla campagna elettorale, per quella bastano gli agghiaccianti manifesti che mi scorrono davanti agli occhi tutti i giorni mentre giro in bicicletta, ma su un libro che parla del posto in cui abito, "Muori Milano muori!" di Gianni Miraglia. La cosa strana è che lo sto leggendo, quindi non ho tutti gli elementi per farne una recensione corretta - un po' come parlare di un disco dopo aver sentito solo il lato A -, ma mi va di raccontarvelo e consigliarvelo lo stesso. Principalmente perché, sebbene sia ambientato di qualche anno nel futuro (poco prima dell'apertura dell'Expo 2015, con un Berlusconi appena morto), mi racconta la Milano del presente, quella dell'inquinamento a livelli record ma che costruisce il giardino verticale (e come si visiterà, con le corde da arrampicata?), quella della disoccupazione sempre più alta, della piazza da intitolare a Craxi, dell'immigrazione selvaggia e senza nessun tentativo di integrazione, quella della polizia ovunque e delle ronde e dei manganelli, dei locali chiusi perché è meglio non rompere le palle e stare a casa, della casbah di Via Padova, dei grandi manager e dei designer. Insomma, la Milano da bere anni Ottanta che risorge, la Grande Oliva, la città dell'aperitivo, che si avvicina a enormi falcate al suo appuntamento più importante, 'sto cazzo di Expo 2015, travolgendo tutto quello che trova sul suo cammino, perché tutto è sacrificabile.
L'odore di merda che è una costante del libro di Miraglia e che caratterizza la storia quasi in ogni momento - colpa di un guasto alle fognature, ma pure della quantità di concime usato per le nuove aree verdi e del caldo di uno strano aprile - me lo sento anche io nelle narici tutti i giorni, mi perseguita da pagina uno e non capisco se è un buon segno oppure no. La lettura però, nonostante un senso d'ansia di fondo che me la rende faticosa (e questo è un ottimo segno), scorre abbastanza rapida e regala momenti di grande piacere. Addirittura godimento personale quando l'autore scopre ulteriormente le carte - lo aveva già fatto col primo romanzo, intitolato "Six pack", come il pezzo dei Black Flag. A un certo punto, uno dei personaggi, l'ex-assicuratore impazzito che vende merce usata/rubata dietro alla stazione, ricorda al protagonista alcuni amici americani licenziati a causa del fallimento della Bevis Co. e snocciola cinque nomi: Jonathan Richman, Terry Hall, Richard Lloyd, James Osterberg e Johnny Genzale. Ovvero: Modern Lovers, Specials, Television, Iggy Pop e Johnny Thunders, nell'ordine. Che questa lista, poi, si trovi (casualmente?) tra le pagine 76 e 77, non fa che allargare il mio sorriso. Vado a leggermi le restanti 100 pagine, poi magari vi racconto il resto...

venerdì 8 aprile 2011

beastie boys


La storia dovreste conoscerla tutti: "Hot Sauce Committee pt.1" doveva uscire nel 2009, poi rimandato a data da destinarsi a causa della malattia di MCA, e finalmente annunciato per il mese prossimo. La "pt.1" è diventata "pt.2" ma poco importa, le differenze non dovrebbero essere sostanziali, giusto alcuni piccoli accorgimenti. Tipo che "Bundt Cake" non è più in scaletta, sostituita da "Make Some Noise", primo singolo annunciato di cui trovato uno spassoso trailer anche in internet. E la tracklist ha subito qualche rivoluzione qua e là, difatti pare più corta di tre canzoni...
Tutto questo perché ieri, sistemando il delirio di casa in cui vivo, ho ritrovato una vecchia Moleskine in cui avevo annotato le mie impressioni sull'album dopo essere stato a Londra ad ascoltarlo - e a intervistare i Beastie Boys, come da articolo uscito sull'ultimo numero di Groove. Mi ricordo la perquisizione stile "aeroporto dopo attacco terroristico", compresa di metal detector e iPod manovrato direttamente da un addetto. Sfogliando le pagine dell'agendina riscopro oggi che "OK" ha un sapore quasi post-punk, "Too Many Rappers" ospita Nas e si lamenta del fatto che nella scena hip hop ci siano troppi rapper e pochi MC, che "Lee Majors Come Again" è un pezzo rap con una base punk ricca di synth, che "Here's A Little Something For Ya" e "Crazy Ass Shit" sono classici pezzi alla Beastie Boys. Pochissimi altri appunti sull'album, un paio di asterischi piazzati dopo due titoli che chissà mai cosa volevano dire e qualche spunto da discutere coi tre musicisti poco dopo, ovviamente disatteso dalla loro adorabile cazzonaggine. Ai Beastie Boys regalo, come benvenuto, una copia del libro con le ristampe della fanzine T.V.O.R. e quindi, con loro in preda a eccitazione, passiamo dieci minuti buoni a parlare di hardcore e "old school". Nella mezzora totale a mia disposizione troveranno il tempo di fare freestyle invece che rispondere alle domande, chiedermi di spiegargli alcuni modi di dire tipicamente italiani come "stai all'occhio" e, ovviamente, fare un paio di foto ricordo.

mercoledì 6 aprile 2011

la prima volta


Qualche anno fa ormai, se non ricordo male per il numero 50 di Rock Sound, avevamo organizzato una specie di questionario per redattori e collaboratori, con tanto di fotografie e risposte da spiritosoni. Una delle domande riguardava il primo disco comprato in assoluto, una di quelle cose che non si dovrebbe scordare mai. Nel mio caso, per esempio, si tratta di "(I'm) Stranded", LP d'esordio degli australiani Saints, uno dei massimi capolavori del punk rock, imprescindibile in qualunque discografia che si rispetti. Non mi ricordo il motivo per cui, una volta entrato da Valerio, il negozio di dischi in centro a Biella, decisi di comprare proprio quello. A dieci anni, e senza nessuna cultura musicale, ero solo intenzionato a comprare un disco punk, come quelli che avevo visto in tv nel servizio di Odeon. Sono certo che la mitica "Punk collection", compilation venduta a "3.500 lire, special punk price", come recitava la copertina (e di cui parlerò più diffusamente in uno dei prossimi post), mi stava occhieggiando dagli scaffali dedicati alla nuova musica, ma io mi lasciai convincere dalla foto meno punk in assoluto: quattro ragazzi vestiti tutto sommato normalmente (il bassista capellone, addirittura con camicia e cravatta nera da impiegato) e che non promettevano chissà che. E così "(I'm) stranded" è finito tra le grinfie della mia fonovaligia, ereditata da mio zio e con una qualità audio terribile, e ha dato inizio a una passione per i Saints che dura ancora oggi senza il minimo cedimento. Poche cose mi sembrano più belle di quella canzone e di quell'album, e ciclicamente la copia arata di quel disco ritorna sul piatto a tenermi compagnia. Oggi per esempio, sebbene in versione mp3 e sul computer in ufficio.


mercoledì 16 marzo 2011

di tutto di più pt.2


Chi frequenta questo blog fin dagli inizi, magari si ricorderà di un post in cui raccontavo la prima volta in cui sono entrato in Rai a Milano. Bene, oggi è stata la seconda e, senza che diventi un'abitudine, quella di rendervi partecipi di ogni mia visita in Corso Sempione, non posso esimermi dal fare un breve resoconto dell'ora trascorsa nei meandri di mamma Rai. L'occasione arriva inaspettata e consiste nel parlare brevemente del rapporto tra le scarpe della Dr. Martens e le sottoculture giovanili, quindi skinheads, mods, punk e via dicendo. Insomma, la mia partecipazione a tre minuti di un programma intitolato "Glam" - in onda martedì prossimo a mezzanotte sul secondo canale - è indolore e me la cavo in poco tempo e senza rifare troppe volte. Il motivo reale di questo post, quindi, sta nell'ambientazione usata per le mie riprese, ovvero il magazzino in cui sono custoditi tutti i vinili - 33 e 45 giri - spediti alla Rai nel corso degli anni, a occhio e croce dai Cinquanta in avanti. Per i primi dieci minuti soffro di sindrome di Stendhal e non posso credere alla quantità di dischi che mi circonda, poi cerco di mostrarmi professionale e di dare retta a quello che l'autrice del programma e i cameramen cercano di dirmi. Impossibile, il collo e la testa si girano naturalmente verso le pareti di vinile e occhi e dita scorrono senza sosta alla ricerca di qualche chicca. Dopo aver scoperto che gli album e i singoli sono semplicemente divisi per etichetta discografica (e in nessun ordine alfabetico, per cui capita di trovare due cofanetti di Luciano Berio accanto a Califano e Cocciante) - un metodo demenziale che fa il paio con quello di un mio caro amico che sistema(va) i 33 giri a seconda del colore della costina - cerco di districarmi in mezzo a quel casino assurdo: per caso incoccio nella discografia completa dei Chrisma e trovo persino un 12" promozionale di "C-Rock" che mi fotterei all'istante, ma il momento clou arriva quando intravedo un cartello che mi segnala la sezione dei dischi della Stiff Records, label di cui ho appena parlato nel mio programma radio. In preda a una controllata esaltazione tiro fuori nell'ordine le raccolte "Stiff Live" e "Heroes & Cowards" e i dischi di Ian Dury, Wreckless Eric, Damned, Nick Lowe e "My aim is true" di Elvis Costello. Sulla copertina, in pennarello, è evidenziata "Alison" come canzone consigliata. Sul retro, invece, per chi avesse dubbi, è specificato il genere musicale: vocal rock! Me la rido da solo, interrotto dal regista che mi spiega le inquadrature e, con assoluto candore, mi dice: "dai, ci torniamo un'altra volta qui, tanto di questo posto non frega niente a nessuno, è praticamente abbandonato...".